I 54 anni della Comunità di San Benedetto, don Ciotti: «L’accoglienza è la vita che accoglie la vita»

Alla messa nella parrocchia della SS. Trinità in via San Benedetto, concelebrata insieme a don Gianni Grondona e don Claudio Ghiglione, don Luigi, fondatore dapprima del Gruppo Abele, quindi dell’associazione Libera contro i soprusi delle mafie: «La disumanità non può mai essere legge. Non possiamo continuare a difendere, a tollerare un sistema dove le cose contano più delle persone. Il diritto alla sicurezza è importante e fondamentale per tutti, ma anche e soprattutto la sicurezza dei diritti per tutte le persone, per la loro libertà, per la loro dignità di cui c’è bisogno»

L’omelia di don Luigi Ciotti nella giornata dell’Immacolata


«Maria è fonte di vita per tutti, perché ci parla il cuore, ci parla il cuore. E la testimonianza di Maria, la sua attesa, la sua pazienza, la sua speranza, il suo mettersi in gioco, pur avendo capito e non capito il tutto fino in fondo, questo fidarsi e affidarsi diventa anche per noi uno stimolo. Non dobbiamo mai smettere, vi prego, anche noi, di stupirci nel cammino della nostra vita. Dobbiamo anche noi, sempre più, vivere alcuni momenti come un’occasione di scoperta di cose nuove.
Sì, perché in questo viaggio della vita ci sono cose nuove che si affacciano, e non possiamo fermarci sempre a guardare indietro, a vivere delle nostre nostalgie, ma dobbiamo leggere il presente con le sue contraddizioni, le sue fatiche, le sue speranze. Dobbiamo accogliere il messaggio di amore e di accoglienza che si propone oggi. E’ quello che accompagniamo questa comunità, questa parrocchia, col nostro don Andrea e con quel santo di Federico Regola, il parroco, che proprio l’8 dicembre del 1970 accolse qui don Andrea Gallo, perché avevano creato un po’ scandalo le parole che aveva detto nella parrocchia dove il vescovo l’aveva destinato.
E come voi ricordate bene, un po’ di stuporio era nato, ma qui fu accolto da don Federico, e qui diventerà per tutti noi un grande punto di riferimento, questa parrocchia, questo parroco Federico, il nostro don Andrea accolto. E allora sì, dobbiamo diventare capaci sempre a accogliere questo messaggio, farlo nostro e moltiplicarlo verso gli altri, quello dell’accoglienza, dell’amore. Non dimenticateci mai che l’accoglienza è importante e fondamentale, e dobbiamo rinnovarla sempre e anche tra di noi.
L’accoglienza è la vita che accoglie la vita, e non ci può essere una vita che offende e mortifica la vita di altri. E allora sì, cogliere il messaggio di amore e di accoglienza proclamato da Gesù è narrato nei Vangeli. E sull’esempio di Maria, riscoprire l’autenticità, anche da parte nostra, di farsi prossimi, per fare in modo che nessuno, ma proprio nessuno, venga mai, mai escluso.
E dobbiamo dire nessuno venga mai escluso. E allora sia la parola di Dio a illuminarci. E ancora una volta questa pagina del Vangelo, le letture che abbiamo sentito, ci illumina, ci illumina, ci illumina.
Sia la parola di Dio a illuminare la nostra esistenza, il nostro viaggio nella vita, perché è la sola parola di Dio che può spiegare se stessa al di là di ogni tempo. E avete sentito le parole di Maria. Avvenga a me secondo la tua volontà.
A un certo punto lei si mette in gioco, si mette in gioco… il suo fidarsi a Dio. Ecco allora il nostro pensiero, il suo fidarsi a Dio, del nostro dono Andrea, che altre volte ci siamo detti è stato un seminatore di speranza, di giustizia, di ricerca della verità. Col suo modo, col suo linguaggio, con la sua questione, capace veramente di saldare terra. Quel bisogno di giustizia, di verità, di amore qua giù e di verità, di dignità per tutti qua giù sulla terra con il Cielo. Sono i poveri gli ultimi a propiziare l’incontro con Dio e a indicarci nella strada. Sono loro che ci indicano la rotta, la strada da percorrere.
Ecco, e non dimentichiamoci, l’abbiamo detto diverse volte e lo ripetiamo oggi qui, la nostra gratitudine a don Andrea. Grazie sempre per le porte che lui ha aperto e che ha lasciato aperte, col suo modo di fare, dell’intuire le cose, dell’accogliere le persone. È in quel sogno condiviso che lui aveva di una Chiesa che accoglie, con la porta aperta per chiunque. Che chiunque può sospingere, entrare, uscire. Ma non dimentichiamoci che Andrea trovò a sua volta una porta aperta, è quella che abbiamo appena detto, la porta aperta che lui ha trovato in don Federico, parroco di questa parrocchia, il nostro grande don Federico. E qui nacque la comunità di San Benedetto al Porto, perché io mi ricordo che un giorno ero venuto, perché don Andrea mi aveva chiesto se venivo a fare la preparazione alla visita del Cardinale, era la visita pastorale del Cardinale, e don Andrea era molto preoccupato della visita del Cardinale di allora, e chiese a me, piccolo, piccolo, piccolo, piccolo, fragile, fragile, cosciente di tutti i miei limiti, se venivo.
Io sono venuto, e questa Chiesa c’era una gente che veniva per prepararsi alla visita del Cardinale, ma don Andrea nel frattempo, grazie anche a don Federico, che aveva aperto la comunità, avevano cominciato a fare in modo di accogliere delle persone, e io mi ricordo che ho scoperto in quei giorni, che Don Federico aveva lasciato la sua camera, e non so dove se l’ha ficcato, per fare il posto dei ragazzi, perché non c’era più posto, e lui mi ha dato la sua camera. Io sono venuto e ho toccato con mano, ho toccato con mano, non ero venuto quando è venuto il cardinale nella comunità, e mi ricordo che avevano messo a posto un po’ la sacristia perché era diventato un po’ un laboratorio, no, era diventato, se qualcuno guardava in un certo modo, certamente c’era qualcosa da dire, ma soprattutto la cosa più bella erano i volti, le storie che qui venivano raccolte. Gli avevano detto che il Vescovo non si sarebbe fermato a pranzare, e quindi, quando è venuto, quel Vescovo è stato coinvolto, è stato abbracciato dalla gente, e poi si è capito che non era il Vescovo che non voleva fermarsi a mangiare, ma quelli che invece erano preoccupati che questo non avvenisse.
Perché lui a un certo punto ha detto che si sarebbe fermato volentieri. Che meraviglia, che meraviglia come le cose possono cambiare per tutti. A volte andiamo per scontate delle cose che scontate non sono, e quindi qui è nata una comunità, nella parrocchia, e diventata un punto di riferimento, di speranza, di vita per tante persone.
E non possiamo dimenticare il libro che Don Andrea scrisse, e che molti di voi ricorderanno con le sue pagine carica di forza, di passione, di intelligenza, nel 2007, “Io cammino con gli ultimi”. Ma tutti siamo chiamati a camminare con gli ultimi. Gli ultimi in cerca di un porto sicuro. Quel libro, il porto sicuro, una chiesa che si apre, una comunità che entra in una parrocchia, un parroco che accoglie.
Tu, Andrea, che sei l’idente di tutti, di tutti, di tutti. Ecco allora, io non dimenticherò mai un giorno che Don Andrea mi ribadì con forza una parola che voi ben conoscete e che ce l’avete detto qui oggi, che per me è una parola molto cara, camminare insieme, parola camminare insieme. Perché a Torino il mio vescovo, che si faceva già allora chiamare padre, che girava già allora con una croce semplice di legno, che aveva la tonaca, sì, ma l’aveva tagliata qui, che aveva venuto a demaltitare via, perché lui era stato anche un professore all’università laica, statale. Padre Michele Penegrino scrisse, scrisse una stupenda lettera pastorale a la Diocesi, costruita dal basso, camminare insieme. E mi ricordo parlando noi con lui, Andrea, quel camminare insieme come era diventato importante. E preghiamo un giorno col Salmo 34, che dice, “esaltiamo insieme il nome del Signore”.
E ancora ricordo quando lui ricordò un altro Salmo, ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli rispondano insieme. Insieme. Ho mai dimenticato questa riflessione che salta terra e cielo? Anche questa.
E allora, cari amici, ce lo ricorda proprio il papa Francesco, che non possiamo accontentarci del Dio nel rito, nelle celebrazioni. Che dobbiamo incontrare Dio in mezzo a noi. Dio non vive nei cieli. Dio vive sulla terra. Dio vive qui, in mezzo a noi. È qui che dobbiamo cercare Dio, nei morti, nelle storie, nelle fragilità delle persone. Cominciando dai più anziani, dai malati, in quelle case dove c’è fragilità e sofferenza, nei poveri, in tutto quel contesto che esclude nessuno, esclude nessuno, nessuno, nessuno.
E allora, forza, cari amici, non dimentichiamoci mai che gli altri sono il termometro della nostra umanità. E imparare a riconoscere l’altro non solo davanti a noi, ma sentirlo sempre di più dentro di noi. Oggi, oggi, più che mai, e lo diciamo da questo altare, occorre fermare la deriva etica di un pezzo di mondo che abbandona la deriva d’umanità più povera e più fragile.
La disumanità non può mai essere legge. Non possiamo continuare a difendere, a tollerare un sistema dove le cose contano più delle persone. Il diritto alla sicurezza è importante e fondamentale per tutti, ma anche e soprattutto la sicurezza dei diritti per tutte le persone, per la loro libertà, per la loro dignità di cui c’è bisogno.
Non possiamo permettere la crescita del penare a scapito dell’impegno per creare condizioni nel sociale, per la vita delle persone, per tutte le persone. No alla criminalizzazione della povertà, perché i più poveri, i più fragili sono i più esposti. Siamo sommersi dal linguaggio delle armi e, guardate, sta diventando quasi una sorta di assuefazione.
Questo elenco di morti, di stragi, entrano e escono. C’è un’assuefazione. Tutto diventa così un po’ normale, una delle tante cose.
E lo vedremo nelle sole feste in cui passeranno tante di queste vicende drammatiche, che non possono essere una delle tante cose. E così l’illegalità, la corruzione, le mafie. Oggi sono più forti di prima, sparano di meno, ma ci sono, sono tantissime. Ma nella testa della gente è diventata una delle tante cose, ma non solo della gente, anche di alcune istituzioni, non di tutte. E allora, forza! Non è possibile tutto questo. Questa assuefazione, il conti alla rovescia, il conflitto non è più l’estrema razio, ma occasione per rafforzare la propria energia e i propri poteri.
Per fare buoni affari, l’industria delle armi e degli armamenti E allora, tanti auguri in questa giornata. Essere anche noi persone che si mettono in gioco.
Tanti auguri. E gli auguri li faccio con le parole di un santo, don Tonino Bello. Quando dicevo che bisogna essere malati di pace, e che quindi c’è una patologia, c’è una patologia di cui dobbiamo curarci di non guarire mai. Essere malati di pace. E quindi la pace ha bisogno di ciascuno di noi. E cominciamo qui, in questo orizzonte di normalità e di quotidianità. La pace. Cominciano le nostre relazioni, dai nostri rapporti, dal nostro accoglierci, anche con i nostri limiti, con le nostre fragilità. La pace comincia dal coraggio, di avere più coraggio, di metterci in gioco, da non dimenticarci che ci sono dei momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa, e parlare diventa un obbligo morale, una responsabilità civile, un imperativo etico.
E allora, forza, la pace sia veramente dentro di noi. Il Vangelo per Don Gallo è sempre diventata la parola di vita. E per lui diventa parola di vita solo se nella vita accetta di immergersi, e dentro la vita delle persone ci immergiamo costantemente e rinnoviamo il messaggio del Vangelo.
Sì, la vita, la vita, la vita. E allora, per Don Andrea l’impegno non era convertire il mondo e portarlo dentro la Chiesa, ma portare la Chiesa anche nel mondo. E allora, come ci ricorda Papa Francesco, la Chiesa deve abitare la storia, andare incontro alle speranze di giustizia di ogni persona, al di là delle fedi e degli orientamenti culturali.
La Chiesa, noi, dobbiamo dialogare con la storia di oggi, non con quella di ieri. Perché dobbiamo leggere la storia di oggi, contenti delle cose belle che abbiamo costruito negli anni, ma molte non reggono più l’urto del tempo. E oggi che noi dobbiamo leggere questa storia, e oggi ci vuole un supplemento, un supplemento di impegno e di responsabilità.
Papa Francesco l’ha capito bene, che per molti anche nella Chiesa c’è il dire “ma sì…”. E allora lo ha scritto con queste parole cristiane, si sporchi le mani nelle grandi questioni sociali. Non dobbiamo temere di sporcarci le mani nelle grandi questioni sociali.
E allora è bello essere qui insieme oggi, per ricordare il nostro Don Andrea. E saluto il parroco che ci accoglie tutti. E saluto un amico che ha preso sulle sue spalle e che accompagna questo percorso, Don Gianni.
Ma un abbraccio grande a Lilli, alla grande Lilli, che hai accompagnato Don Andrea per tanti anni e che quel giorno di quel funerale, quando l’abbiamo salutato, le tue parole sono risuonate come una forza di amore. Vi invito sempre, a tutte le persone, ad essere capaci di camminare di più insieme. E salutiamo Don Andrea e Federico proprio con le parole di Gandhi, un profeta della non violenza.
Rispetto alla guerra e ai conflitti, Gandhi diceva, ha detto un giorno, quando cado nella disperazione ricordo a me stesso che in tutta la storia la verità e l’amore hanno sempre vinto. Ci sono stati tiranni, ci sono stati assassini e per un po’ sembravano invincibili, ma alla fine crollano. Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio.
Chi è capace di soffrire e di lottare alla fine vince. Ricordatevelo sempre, diceva Gandhi. E ce lo diciamo qui oggi noi, in un momento delle guerre, dei conflitti, delle illegalità, della corruzione, delle povertà, delle disuguaglianze e di tante ingiustizie, della disumanità che rispinge.
E chiediamo a Dio che ci dia una bella pedata, la dolce pedata di Dio di cui ne abbiamo veramente tutti bisogno per andare avanti.
La Chiesa è una porta aperta che chiunque possa spingere, entrare e uscire. Qualunque sia il vostro riferimento, sentitevi accolti e riconosciuti. Dio non è cattolico, non sarebbe Dio.
Dio ama tutti. Sono le parole bellissime di un grande vesco, grande studioso della parola di Dio, Carlo Maria Martini, che diceva una cosa semplice, che Dio non è cattolico. Dio ama veramente tutti e invita a tutti ad essere coerenti con i propri percorsi.
E noi, per chi crede in Gesù Cristo, facciamo lo nostro. Ma tutti sentitevi accolti e riconosciuti. Dio ama tutti e invita a tutti a essere coerenti con i propri percorsi.
Dio ama veramente tutti e invita a tutti a essere coerenti con i propri percorsi.
Al pranzo collettivo hanno, poi, partecipato don Luigi Ciotti e Stefano Rebora (presidente di Music for Peace”), per poi festeggiare con la musica de I Trilli e con altri ospiti. Il pranzo era ad accesso libero ed è stato offerto da Circolo Autorità Portuale Genova, il Circolo Arci Cantagalletto e dagli Amici di Don Gallo Rio Saliceto e Carpi.





Alle 16:00 si terrà “Le manovre sulla Costituzione”, a cura di Libera Genova, nell’aula Vik di Music for Peace, via Balleydier 60.
Il magistrato Luca Traversa e l’avvocato esperto in diritti umani Emilio Robotti discuteranno con la moderazione di Antonio Molari, referente di Libera Genova. Concluderà l’incontro don Luigi Ciotti.
Foto di Lia De Biasio


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